Un Paese che non risparmia e non spende

________________________________di Dino Perrone

 

 


Recenti studi dimostrano che negli ultimi dodici mesi si è ridotta la propensione al risparmio delle famiglie. Ma questo, più che segnalare una ripresa dei consumi, sembra dimostrare solo l’impossibilità per gli italiani di avere a disposizione somme da mettere da parte

La propensione al risparmio delle famiglie italiane ha registrato una significativa contrazione.
Il dato, contenuto in una interessante quanto documentatissima indagine dell’Ipsos resa nota proprio alla vigilia della Giornata Mondiale del Risparmio, rappresenta, senza dubbio alcuno, un campanello d’allarme da non sottovalutare.
E’ infatti bene chiarire subito che gli italiani non sono diventati all’improvviso inguaribili spendaccioni. Tutt’altro.
Il persistente affanno della domanda interna, che continua a non decollare alle altezze auspicabili, ci dice invece di un atteggiamento ancora guardingo delle famiglie italiane nei confronti dei consumi e della flebile ripresa in atto. Tant’è che, sempre secondo l’analisi dell’Ipsos, si è ridotta al 21% la quota di coloro che spendono più di ciò che realisticamente si attendono di guadagnare.
Questo vuol dire semplicemente che non si risparmia non perché si spende, ma perché si hanno sempre meno somme da poter mettere da parte.
Il risultato è che in dodici mesi la quota di famiglie che sono riuscite a risparmiare è scesa dal 40 al 37%. Una perdita secca che ha varie concause.
Tra queste vi è indubbiamente la convinzione nutrita da larga parte dell’opinione pubblica secondo la quale gli strumenti di tutela del pubblico risparmio siano inefficaci.
Una convinzione che porta a manifestare una certa diffidenza verso le banche e che ha sostanzialmente frenato i nostri risparmiatori a compiere il grande passo e diventare investitori, assumendosi rischi a vantaggio di scelte di medio e lungo termine. Non a caso il 67% degli italiani preferisce gestire le proprie finanze evitando investimenti rischiosi anche a costo di non avere o quasi un ritorno mentre chi investe lo fa solo con una parte esigua del proprio capitale.
Del resto, sempre questa indagine ci segnala che l’87% degli italiani ritiene che ci vorranno altri 5 anni per uscire definitivamente dalla crisi. Tempi lunghi, insomma, per rivedere la luce.
Il Paese è dunque fermo.
Un atteggiamento prudenziale necessitato, direi, da tasche sempre più vuote.
Non solo non spende nella misura auspicata, facendo finalmente ripartire la nostra economia, ma non riesce neppure a risparmiare con conseguenze che alla lunga saranno penalizzanti anche per le casse dell’Erario.
Ed invero, ad aumentare sono solamente coloro che consumano tutto il reddito senza riuscire a risparmiare: 34% nel 2016, 41% nel 2017.
Trovare una via d’uscita non sembra operazione agevole, specie in presenza di un quadro politico che, dopo le elezioni amministrative siciliane, è più che mai in fibrillazione per la consultazione politica del prossimo anno.
Ed accanto alle famiglie soffrono, inevitabilmente, anche le imprese di piccole e medie dimensioni che, invece del risparmio da accumulare, si trovano a dover fronteggiare il problema della persistente scarsa propensione al credito da parte delle banche.
Questione vecchia ed irrisolta, purtroppo.
Sarà pur vero quello che di recente ha dichiarato il ministro Padoan sulla scorta dei dati messi a disposizione dell’Abi, cioè che in termini assoluti “il sistema bancario sta riprendendo a finanziare l’economia”. Ma quando dai dati aggregati, che segnalano a settembre una impennata dei prestiti su base annua dell’1,4%, si passa alle analisi sul territorio si scopre che la crescita degli impieghi ha coinvolto finora solo le imprese di medie e grandi dimensioni.
Le piccole aziende, invece, ancora una volta debbono accontentarsi delle briciole. E ciò non fa altro che confermare la persistente difficoltà di dialogo tra le banche e le imprese nel loro insieme.
Una difficoltà che certamente la crisi di questi ultimi anni ha contribuito ad acuire ma che oggi, in presenza di segnali comunque incoraggianti sul fronte della ripresa, dovrebbe lasciare il posto ad un atteggiamento di maggiore comprensione e fiducia.
Altrimenti il Paese, nel suo complesso, continuerà a soffrire una insostenibile distonia.
E’ dunque auspicabile che le distanze tra banche e piccole e medie imprese si riducano il più possibile.
Questo per fare in modo che quanti hanno programmi di investimento, innovazione ed occupazione, non si vedano frenati da regole che non facilitano ma che anzi penalizzano e rendono impossibile quel cambio di passo più che mai necessario per far poggiare su gambe solide una ripresa che, invece, è ancora troppo gracile. Per le famiglie come per le imprese.

 


Dino Perrone

Presidente Nazionale ACAI