Pensare positivo. O almeno pensare.

di Dino Perrone

 

 

E’ opinione comune che per superare la crisi economica occorre anzitutto far valere le ragioni dell’ottimismo. Più modestamente, a noi basterebbe che tornassero a valere le ragioni della persona.

Cari associati,
la crisi economico-finanziaria internazionale che, secondo la maggioranza degli studiosi, ha evidenziato tutti i limiti e le distorsioni di un mercato lasciato senza regole sociali, continua ad alimentare paure molto concrete.
Non può essere diversamente.
Le persone in questi mesi, infatti, hanno visto in pericolo il proprio lavoro, la pensione, la casa, la stessa sicurezza delle loro famiglie. Cose molto concrete ed appunto molto preoccupanti.
Dinanzi a  tutto ciò, diventa adesso estremamente difficile fare professioni di ottimismo.
Tuttavia la classe dirigente, politica ed economica, del nostro Paese è chiamata oggi a dare dimostrazione di saper governare la paura senza volerla cavalcare o, peggio ancora, alimentare, evitando involuzioni populiste.
E’ questa la sfida più importante che ci troviamo a dover affrontare. Tutti insieme e ciascuno al suo livello di responsabilità.
Dinanzi alla complessità delle questioni che abbiamo davanti, infatti, è necessario approntare uno sforzo comune che sia capace di superare comodi schematismi legati al passato per condurre il Paese lungo i binari delle riforme e delle politiche che sono davvero indispensabili ad assicurare una ripresa generale.
Parliamo non a caso di riforme e di politiche. Servono le une e le altre ad una Italia che oggi è ancora ingessata in troppi settori e nella quale, come è stato ricordato anche da Bankitalia, ‘assume rilievo la debolezza della rete di protezione sociale in una situazione in cui molte famiglie hanno risorse limitate’.
Protezione sociale che occorre estendere anzitutto alle famiglie ma anche a quelle categorie di lavoratori che ancora oggi ne sono sprovvisti. Lavoratori che molto spesso non sono ancora arrivati al termine della propria esperienza professionale, ma che si vedono espulsi dal mercato occupazionale nel pieno della propria maturità.
Dinanzi alla portata di tali questioni, il punto non è tanto ‘pensare positivo’ come invitano a fare gli ottimisti ad oltranza. Semmai, il punto è almeno ‘pensare’. Studiare cioè soluzioni che sappiano incidere per davvero sul panorama sociale ed economico del nostro Paese, tenendo ben salda nelle mani la barra dei valori sui quali si riconosce la nostra comunità.
E qui entra in ballo appunto il profilo di una classe dirigente che deve tornare a guardare ai bisogni primari e concreti delle persone, sapendo coniugare in maniera virtuosa libertà di mercato e necessari meccanismi di controllo.
Meccanismi che non sfocino in un rigido protezionismo e nella tentazione verso soluzioni autarchiche, ma che piuttosto tengano in debito conto la dimensione internazionale delle questioni economiche favorendo una regolamentazione più snella ed efficace dello stesso mercato del lavoro che ha bisogno di procedure maggiormente flessibili.
Accanto a ciò emerge, in tutta evidenza, anche la responsabilità sociale delle imprese.
Oggi l’imprenditore è chiamato ad assumere un ruolo sempre più ‘politico’, dirigendo la propria azienda lungo orizzonti che non chiamano in ballo solamente gli aspetti meramente economici e di profitto.
Un tema, questo, che a noi dell’Acai è particolarmente caro, in quanto si riannoda direttamente alle raccomandazioni della Dottrina Sociale della Chiesa.
L’esercizio delle responsabilità imprenditoriali esige, quindi, una costante riflessione sulle motivazioni morali che devono guidare le scelte di chi è investito di tali compiti.
Moralità ed imprenditorialità non sono concetti contrapposti. Essi debbono anzi dirigersi nella stessa direzione perché l’utile individuale dell’operatore economico deve condurre all’utilità sociale.
Solo in tal modo si giustifica una imprenditoria che non vuole essere solo profitto per se stessa ma anche responsabilità verso gli altri.

 

Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI 

 

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