La perdurante crisi greca rischia di relegare in secondo piano alcune vicende italiane che hanno lo stesso devastante impatto. Anche perché, in troppi casi, sfociano in tragedie individuali che rappresentano il malessere di un Paese intero
Inevitabilmente distratti, oltre che legittimamente preoccupati, per gli esiti che sulla stessa idea dEuropa può avere la devastante crisi economica in cui si dibatte la Grecia, rischiamo di perdere di vista vicende certamente più domestiche ma non per questo meno importanti.
Vicende che, per la loro drammaticità, debbono continuare ad avere pieno diritto di cittadinanza nellagenda politica e sociale del nostro Paese.
Mi riferisco alla perdurante solitudine in cui versano le nostre imprese ed i nostri imprenditori. Una solitudine che, in troppi casi, continua a sfociare purtroppo in tragedia. Nel suicidio di chi, proprio perché imprenditore, ha un concetto alto della propria funzione sociale e si fa un punto donore nel rispettare le regole e le persone. E che pertanto, quando avverte limpossibilità di contrastare una corrente avversa che lo spinge inesorabilmente sugli scogli, decide di dire basta. Di togliere il disturbo. Di farla finita.
Ed il tutto si riduce, il più delle volte, in poche righe di cronaca, in qualche anonimo trafiletto nelle pagine interne dei giornali.
La morte imporrebbe sempre un rispettoso silenzio.
Ma queste sono morti che pesano sulla coscienza collettiva. Che gridano dinanzi alle sordità ed alle responsabilità di un ceto politico abilissimo nel distrarsi, nel voltarsi dallaltra parte, nel rinviare nel tempo quelle poche riforme necessarie affinché il merito, il lavoro e limpegno siano riconosciuti e rispettati da tutti anche in un Paese sfilacciato come il nostro.
Il suicidio degli imprenditori è ormai un fenomeno talmente diffuso da imporre una riflessione generale.
Esso fotografa una società italiana sempre più fragile e smarrita, che porta le persone a sviluppare un sentimento di esclusione, di separatezza e di frattura del corpo sociale, nellacre consapevolezza che ormai non ci sia più nessuno che prevenga, sorvegli o quantomeno proponga una soluzione a problemi economici considerati oramai insormontabili.
Nel corso degli ultimi anni abbiamo dovuto registrare troppe di queste morti per continuare a restare indifferenti.
Suicidi di imprenditori, ma anche di lavoratori, di disoccupati. Morti tenute insieme da cause economiche che non si riesce ad affrontare con la necessaria determinazione.
La conseguenza è che, nellinadeguatezza o addirittura nellindifferenza della politica, anche il mondo delle imprese continua a patire una sostanziale assenza delle regole e del merito che rischia di aprire la porta solamente al caos diffuso ed allantimercato.
E evidente che chi è cresciuto e ha sviluppato un certo modo di fare impresa, una impresa che sia cioè attenta non solo al profitto ma anche alla sua connessa responsabilità sociale, stenta a riconoscersi nel quadro attuale e finisce con lavvertire in maniera stridente ed insopportabile una difficoltà che non è solo economica.
Sono sempre più convinto, infatti, che gli imprenditori che si suicidano lo fanno non tanto per i debiti, le difficoltà e gli errori che sono il pane quotidiano di chiunque mette in gioco qualcosa più di se stesso.
Lo fanno per le storture di un sistema che, pur non volendo, finisce nei fatti per caricare, armare ed esplodere i proiettili nei loro confronti.
Un sistema fatto di difficoltà burocratiche, di bizantinismi e lentezze insostenibili che fanno a pugni con le esigenze di un mercato che richiede chiarezza e rapidità.
Un sistema fatto di fornitori che non pagano o che vorrebbero pagare e non possono, di un insieme di norme astruse, contraddittorie e penalizzanti, di un sistema fiscale asfissiante quanto inconcludente, di un settore bancario non sempre pronto a sostenere con il credito gli sforzi di chi vuole garantire lo sviluppo della propria azienda. E purtroppo di una politica che, al di là delle belle parole, dimostra raramente di voler capire e, se possibile, sostenere le imprese.
Ogni volta che siamo costretti a leggere di un suicidio di un imprenditore o di un lavoratore misuriamo, con sdegno crescente, la distanza abissale che ancora separa la dura realtà delle cose dalle intenzioni troppo vanamente sbandierate.
Lasciare al proprio destino le imprese, lasciare soli gli imprenditori, disinteressarsi dei problemi dei lavoratori, vuol dire condannare la nostra società ad una lenta ma inesorabile agonia.
Ogni volta che tutto questo accade, muore infatti una parte dellItalia. E si tratta di una parte non certo residuale e sacrificabile.
E tutto ciò avviene mentre appunto lEuropa rischia a sua volta di sfarinarsi, tra rinascenti egoismi e perduranti miopie politiche. Una Europa in pezzi che si rispecchia in un Paese, il nostro, a sua volta già largamente frantumato.
Dino Perrone