Colleghi consiglieri nazionali, signori presidenti regionali e provinciali,
questo non è un appuntamento rituale.
Se abbiamo deciso di coinvolgere l’intero corpo della nostra organizzazione, radunando la periferia ed i responsabili dei servizi, è perché siamo dinanzi ad uno snodo essenziale per l’Acai.
Nel solco di quando stabilito al congresso nazionale di Bari, dobbiamo infatti approntare gli strumenti più opportuni per avviare una nuova stagione associativa dell’Acai.
E’ proprio questa la sfida che ci ha lasciato in eredità il congresso nazionale. Affrontare il futuro senza timori.
Rendere cioè la nostra Acai non solo una associazione impegnata nel campo previdenziale ed assistenziale, ma anche un organismo capace di assumere tutta intera la rappresentanza dell’artigianato. Diventare, cioè, un soggetto politico capace di contrastare i disegni ostili alla cultura di impresa portando nel mondo del lavoro i principi dell’etica cristiana.
In questa ottica, ad essere messa in gioco è la nostra capacità di aggregare e di orientare.
Ma prima ancora, ad essere messa in gioco è la nostra stessa coerenza associativa.
Intendo dire che nell’Acai deve maturare una consapevolezza nuova che renda la nostra associazione non una sorta di galassia impazzita, nella quale frammenti di pianeti vagano per conto proprio, ma un universo armonico dove sia possibile, in ogni occasione ed in ogni scelta, riscontrare le tracce di un disegno coerente che identifichi ed esalti le nostre peculiarità.
Questa che si apre per la nostra associazione deve essere, quindi, la stagione della coerenza. Una coerenza che deve condurre tutta l’Acai, unitamente ai suoi servizi ed agli enti collaterali, nella stessa direzione.
Perché, vedete, senza una forza reale alle spalle non possiamo andare da nessuna parte.
Senza una forza reale non possiamo combattere le nostre battaglie in favore della libera iniziativa e contro certa opprimente politica fiscale.
Dobbiamo renderci conto che con una tassazione che arriva al 60% del fatturato, le nostre scelte non possono che essere in difesa delle imprese, specie di quelle medio piccole.
Dobbiamo denunziare il fatto che la pressione tributaria, composta da imposte, tasse e tributi, senza contributi a carico supera in alcuni casi il 47%.
Poi ci sono le varianti riferite alle varie categorie. Per esempio le cose vanno un po’ meglio per gli idraulici senza collaboratori, molto peggio per i pasticcieri, per non parlare del settore dell’abbigliamento con due soci e più dipendenti.
Dobbiamo far capire al sistema bancario italiano che il 90% delle piccole e medie imprese chiede prestiti di ridotte dimensioni ma il cui tasso di interesse non può essere sopportato con la stessa facilità delle grandi aziende e delle multinazionali.
Dobbiamo richiedere agli istituti di credito di diversificare il tasso di interesse, modulandolo sulle esigenze delle piccole imprese.
Non sono cose dell’altro mondo. Basterebbe promuovere una apposita convenzione tra Stato, banche e mercato. Su questi argomenti, invece, è significativamente assordante il silenzio delle altre organizzazioni, specie quelle di maggior rilievo politico.
Dovremmo cercare di spezzare questo silenzio noi dell’Acai, dando voce appunto alle esigenze di quanti, specie i giovani, chiedono snellezza di procedure e più agevoli strumenti creditizi.
Queste sono le nostre battaglie.
Ma come combatterle ? Con quale forza ? Dov’è la nostra forza ?
L’Acai, in oltre mezzo secolo di storia, si è costruita a buona ragione una immagine di generale affidabilità. Una immagine che riflette il vero. Ma questa stessa immagine, per rafforzarsi ulteriormente, deve poter contare su concreti. Su un peso specifico da mettere sul piatto della bilancia degli interessi e dei valori in campo.
Oggi l’Acai deve lavorare proprio su questo.
Una associazione, la nostra, che sconta anche la crisi strutturale dell’associazionismo nel nostro Paese. Questa infatti sembra essere più la stagione dello sterile movimentismo e soprattutto dell’individualismo.
In questo quadro, i valori dell’associazionismo, anche quello di matrice cristiana, rischiano di essere relegati sul fondo, dimenticati.
Per fortuna le nostre radici sono profonde, sedimentate lungo oltre mezzo secolo di presenza nei luoghi di lavoro, nelle botteghe, nelle fabbriche, al fianco di chi produce ricchezza e benessere per l’intera comunità.
L’Acai è solida, ma il vento del disimpegno è squassante.
E per contrastarlo adeguatamente occorre fare riferimento ai nostri valori di sempre, declinandoli però in maniera diversa.
La società italiana avrebbe bisogno di risposte incisive ma spesso si accontenta di vaghezze. Spetta a noi dell’Acai fornire una lettura meno superficiale dei fenomeni in atto, riportando al centro dell’attenzione i valori della persona.
Ma per non ridurci ad una sterile testimonianza, ad una nicchia di impegno cristiano in un panorama dominato dall’indifferenza sociale, dobbiamo procedere ad aumentare la quantità e la qualità della nostra presenza nel Paese.
Dobbiamo cioè riuscire ad essere qualcosa di più e di meglio rispetto alle altre organizzazioni.
Come fare ? Cominciando, ribadisco, con l’essere coerenti.
Coerenti anzitutto con la nostra storia. Sapendo cioè da che parte stare e scegliendo bene in nostri compagni di strada.
Dobbiamo allora renderci conto che le battaglie che intendiamo affrontare in difesa del mondo artigiano e del lavoro autonomo non le possiamo certo richiedere a questo governo ed alle forze del centro-sinistra.
Ed allora non è accettabile, e prima ancora non è comprensibile, che qualche nostra sede locale stringa accordi con altre organizzazioni piuttosto che seguire le linee di indirizzo del consiglio nazionale.
Noi dirigenti nazionali dobbiamo essere informati su quanto accade in periferia. Qualsiasi accordo locale deve essere vagliato e poi eventualmente ratificato. Altrimenti si è fuori dallo statuto, si è fuori dall’Acai.
Chi dirige l’Acai non è un dipendente. Chi dirige l’Acai ha responsabilità che gli impongono un dovere di coerenza nei confronti della direzione nazionale.
Tante volte, in consiglio nazionale, ho denunziato tutto questo.
E registro con piacere che anche l’Acai della Lombardia, in un documento di estremo interesse redatto alla vigilia di questo appuntamento, e di cui condivido larga parte, invita proprio a rivedere e potenziare i rapporti tra centro nazionale e sedi decentrate.
In questa ottica vengono richiesti meccanismi che permettano alla direzione nazionale di intervenire e controllare l’attività del territorio, senza togliere autonomia alle varie sedi, ma salvaguardando l’uniformità dell’agire sotto il profilo etico, politico ed amministrativo.
Essi inoltre suggeriscono che, almeno nelle realtà territoriali meno strutturate, per la gestione dei nostri servizi si faccia ricorso a società controllate dall’Acai presenti sul territorio regionale, ponendo termine ai legami con studi professionali esterni che pregiudicano il legame associativo con le imprese.
Se ne può discutere, certo.
Ma avendo bene a mente che ciascuno dei nostri enti di servizio è retto da un consiglio di amministrazione.
Non vorrei insomma che, nel lodevole tentativo di semplificare e velocizzare le cose, si finisse invece con l’appesantire e rallentare ulteriormente la struttura.
Gli amici della Lombardia arrivano a delineare l’Acai dei prossimi anni non come una semplice associazione ma come una vera e propria confederazione, al cui interno vi siano le federazioni regionali e le associazioni di categoria.
Questo è un discorso complesso, le cui premesse poggiano sulla capacità della nostra associazione di individuare, conoscere e sviluppare le tematiche legate alla specificità delle varie categorie, allo scopo di organizzarle e rappresentarle, elaborando piattaforme sindacali e politiche la cui sintesi dovrebbe essere assicurata da un coordinamento nazionale delle associazioni che faccia capo alla presidenza dell’Acai.
E’ un discorso complesso, ripeto, che richiede la capacità della nostra associazione di strutturarsi in maniera diversa, di articolarsi ulteriormente.
Ma se tutto questo può servire a far funzionare meglio l’Acai, anche nelle sue più estreme propaggini periferiche, è bene discuterne, approfondire, confrontarsi.
Avviamo pure una generale riflessione su questi argomenti che, ripeto, io stesso ho più volte lanciato sul tavolo della discussione in consiglio nazionale.
Una riflessione che, però, deve partire proprio da quella nostra esigenza cui ho fatto cenno prima. L’Acai, cioè, deve essere di più e meglio di altre organizzazioni.
Ed anche in questo caso la domanda è sempre la stessa. Come fare ?
Per essere di più dobbiamo semplicemente avere più associati. Non dobbiamo identificarci nel motto ‘pochi ma buoni’.
D’accordo sull’essere buoni, ma dobbiamo anche essere numerosi.
Dobbiamo essere tanti. E se necessario dobbiamo essere agguerriti. Pronti alla battaglia, in difesa dei valori cristiani.
Per essere tanti occorre che il nostro tesseramento viva una nuova stagione feconda.
Una grande associazione si costruisce con le idee ed attraverso un forte tesseramento. L’ho detto a Bari, lo ripeto qui a Fiuggi.
Se continuiamo a pensare che la nostra associazione possa consolidarsi e progredire anche senza una incisiva opera di tesseramento, siamo destinati a scomparire. Certo non oggi, ma in un futuro neppure troppo lontano.
Soprattutto non avremo futuro se continueremo ad associare solo pensionati e sostenitori, dimenticando di tesserare le imprese che sono il vero motore dello sviluppo del Paese.
A me spesso piace ricordare che siamo nati nelle botteghe. Oggi quelle botteghe sono consolidate realtà al confine con la grande impresa. Ed in queste realtà in troppi casi noi oggi siamo assenti. Per non dire sconosciuti.
Dobbiamo invertire questa tendenza. Dobbiamo saper parlare alle imprese, diventare interlocutori essenziali, se necessario anche riorganizzando le nostre strutture territoriali per fornire adeguati servizi di consulenza.
E torno ad insistere sul concetto di coerenza associativa. Quella coerenza che deve caratterizzare in positivo tutte le componenti della nostra organizzazione.
La coerenza riguarda infatti anche i nostri enti di servizio, nessuno escluso.
A questo riguardo, da appassionato di teatro, mi viene in mente che ogni attore, quando entra in palcoscenico, riceve sempre un applauso iniziale. Per incoraggiamento, per stima. Ma se quell’attore recita male, l’applauso si trasforma prima in indifferenza, poi in aperta ostilità.
Se quello stesso attore insiste nel recitare male, piovono fischi e lo spettacolo rischia la chiusura.
Ebbene, nell’Acai non sempre tutti gli attori hanno dimostrato di essere all’altezza della parte che hanno richiesto.
Ed allora, a costo di rinnovare radicalmente l’Acai, cambierò gli attori che recitano male, che hanno dimenticato la loro parte. Lo farò per rispetto di quanti credono invece nella nostra associazione.
Forse sono pochi. Perché se è vero che una rondine non fa primavera, neppure dieci rondini la fanno. Ma anche se restasse solo una persona a credere nell’Acai, varrebbe pur sempre la pena di andare avanti, di migliorarsi.
Rinnovare radicalmente l’Acai, se necessario. Non sarebbe la prima volta, non sarei l’unico ad averlo fatto.
Resta il fatto che l’Acai deve conservare il suo ruolo centrale e trainante rispetto ai servizi. Non sono ammesse sovrapposizioni o contrapposizioni. Dall’Acai deriva tutto ed è all’Acai che deve riconoscersi un ruolo predominante.
Se il nostro consiglio nazionale non riuscirà ad eliminare queste distorsioni, ne soffrirà la nostra capacità attrattiva nei confronti dell’esterno.
E verrà meno anche l’impulso a migliorare lo stesso livello qualitativo della nostra classe dirigente.
Sono convinto che chi nell’Acai è intento a costruire mura altissime invece che ponti verso il dialogo con gli altri, dimostra di temere il confronto che è invece sempre fonte di reciproco arricchimento.
Dimostra, in buona sostanza, di non avere colto l’essenza più vera dell’Acai.
Questa chiusura al mondo esterno è l’ostacolo più pesante da rimuovere lungo la strada che dovrà condurci alla nuova Acai.
L’Acai della rappresentanza diffusa, della tutela delle categorie, della testimonianza e della carità politica.
L’Acai dei miei progetti è una distesa immensa, un campo sterminato dove è possibile ogni tipo di coltivazione, dove sono assicurati abbondanti raccolti per tutti, dove è possibile soddisfare chi ha fame di impegno, solidarietà, partecipazione.
Resto perciò convinto della necessità che la nostra associazione sappia dotarsi di meccanismi di selezione del gruppo dirigente capaci di individuare i talenti sparsi nel nostro Paese. Individuarli lì dove sono, andandoli a cercare, senza attendere che questi talenti vadano verso altre organizzazioni.
E’ un discorso che investe appunto la qualità.
Quando si sollecita l’Acai a partecipare maggiormente al dibattito pubblico per essere portavoce delle esigenze delle imprese, effettivamente si dice una cosa giusta.
L’Acai deve appunto prendere coscienza della propria capacità di elaborare idee da offrire al dibattito nazionale.
Deve proporre, sollecitare, orientare.
Il consiglio nazionale rappresenta, in astratto, la sede più idonea per elaborare queste idee. Dal consiglio nazionale dovrebbero provenire spunti, sollecitazioni, iniziative verso l’esterno.
Oppure dobbiamo individuare altre strutture, creare apposite commissioni, gruppi di lavoro, varare master di specializzazione ?
E’ il consiglio nazionale a dover dettare le linee di intervento della nostra associazione. A questo organismo spettano compiti di indirizzo e coordinamento. Altrimenti che classe dirigente siamo ?
Solo trasformando il consiglio nazionale in un fecondo laboratorio di idee potremo misurarci con le sfide che attendono l’Acai.
Quantità e qualità, quindi. Su questo dobbiamo insistere. Su questo è necessario il concorso di una periferia che sappia finalmente abbandonare ogni attendismo e lassismo per diventare anch’essa protagonista del cambiamento.
Occorre una inversione di rotta. Occorre far maturare nell’Acai una senso di responsabilità diffusa, di appartenenza ad un progetto comune.
Occorre rafforzare il nostro senso del dovere nei confronti dell’associazione, la cui centralità non può mai essere dimenticata.
Detto questo, avverto l’obbligo di aggiungere che comunque il quadro non è tutto grigio. Mi sono soffermato volutamente sulle tinte fosche solo per stimolarvi ad un maggiore impegno, ma nell’affresco generale della nostra associazione spiccano anche i colori vivaci.
Colori che inducono ad un ragionato ottimismo.
Ne abbiamo fatta di strada, nonostante tutto.
Già essere ancora qui, tutti insieme, dopo tanti anni, a riflettere sulle sorti dell’Acai, è un fatto positivo.
Pensiamo solo a quante altre organizzazioni sono sparite o versano in enormi difficoltà.
Ma le trasformazioni sono veloci. Dobbiamo guardare avanti per rimanere agganciati ai tempi.
Qualcosa comunque è stato fatto.
In silenzio, senza clamori, ma in profondità. Come è nello stile di questa presidenza.
Ritengo sia inutile farvi un elenco. Se conoscete davvero l’Acai, sapete anche quanto di buono, di positivo, di costruttivo è stato messo in piedi in tutto questo tempo.
Affinché si affronti il molto che ancora c’è da fare, è però necessario che tutte le componenti dell’Acai girino a pieno regime, facciano la propria parte sino in fondo, in concorde sinergia e riconoscendo l’insostituibile ruolo-guida dell’associazione.
E’ necessaria, ripeto ancora una volta, la coerenza. Da parte di tutti. Del centro come della periferia, passando per gli enti di servizio. Coerenza cristiana e coerenza associativa.
Altrimenti i documenti di Bari resteranno lettera morta.
Altrimenti anche il buono fatto sin qui rischierà di andare smarrito.
Concludo allora con una affermazione che non vuole essere un augurio di maniera, ma il richiamo ad una precisa assunzione di responsabilità.
Sono convinto che la nostra associazione saprà mostrarsi all’altezza delle sfide che l’attendono. Così è stato in passato.
Grazie al vostro impegno, sarà così anche in futuro.
Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI