I difficili rapporti tra morale ed economia

di Dino Perrone


Nell’enciclica Gaudium et spes si osserva che “anche nella vita economico-sociale occorre onorare e promuovere la dignità della persona umana e la sua vocazione integrale e il bene di tutta la società”. Ma oggi sappiamo bene che purtroppo questo non sempre avviene. E le conseguenze dannose sono sotto gli occhi di tutti.



Cari associati,


esiste un rapporto tra morale ed economia ?


A leggere le cronache quotidiane, sembrerebbe di no. Questo rapporto non emerge nei fatti, nelle decisioni, nei comportamenti dei vari attori del mercato.


Non solo. Questo rapporto sembra essere addirittura negato alla radice.


Oggi infatti in troppi casi si assiste ad uno sterile primato dell’economia, anche a scapito della stessa politica. Una economia che sembra voglia legittimarsi a prescindere da qualsiasi connotazione etica, ponendo al centro del proprio agire non l’uomo ma il profitto.


Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. L’economia oggi, nella percezione comune, è vista non come un mezzo per garantire il progresso civile, ma uno strumento, il più raffinato possibile, per arrivare alla prevaricazione ed all’arricchimento personale.


Eppure la dottrina sociale della Chiesa, su questo argomento, è estremamente chiara.


Nell’enciclica Gaudium et spes si osserva che “anche nella vita economico-sociale occorre onorare e promuovere la dignità della persona umana e la sua vocazione integrale e il bene di tutta la società”.


Parole inequivocabili che stanno a fissare il discrimine tra il giusto profitto e l’illecito, per meglio dire immorale, arricchimento.


Il fine dell’economia, ammonisce infatti la Chiesa, non risiede nell’economia stessa, bensì nella sua destinazione umana e sociale. All’economia, infatti, non è affidato il fine della realizzazione dell’uomo e della buona convivenza umana, ma un compito più limitato e parziale: la produzione, la distribuzione ed il consumo dei beni materiali e di servizio.


L’economia deve quindi sapersi inchinare ad una sua intrinseca connotazione morale.


Per assumere un profilo morale, ci ricorda ancora la Chiesa, l’attività economica deve avere come soggetti tutti gli uomini e tutti i popoli. Se vissuta moralmente, quindi, l’economia diventa prestazione di un servizio reciproco, mediante la produzione di beni e servizi utili alla crescita della comunità intera, diventando opportunità per ogni uomo di vivere la solidarietà e la vocazione alla comunione con gli altri uomini per cui Dio lo ha creato, come ha scritto nell’enciclica Centesimus annus Giovanni Paolo II.


C’è traccia di questi ammonimenti, di questi lucidi e preziosi insegnamenti nell’odierno panorama economico italiano ed internazionale ?


C’è questa consapevolezza della necessità che la libertà economica non sia, sempre e comunque, illimitata ma debba essere inquadrata in un contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana e la consideri come una particolare espressione di questa libertà ?


Sono purtroppo domande retoriche.


La durezza del mercato ci ha abituati ad ogni forma di distorsione in nome del profitto. La conseguenza più evidente e dolorosa è che si sono ristretti in modo drammatico gli spazi per una economia solidale che assicuri a ciascuno le stesse opportunità, non relegando sul fondo le esigenze della persona umana nella sua interezza. Esigenze che, come ben sappiamo, non si limitano alla soddisfazione dei soli bisogni materiali.


E’ opportuno allora invertire la rotta, magari avendo a mente gli esempi della piccola e media impresa artigiana che, nella sua storia, ha già saputo scrivere pagine di solidarietà non episodica ma profondamente partecipata e vissuta.


L’artigiano non è mai stato solo un imprenditore. L’artigiano, specie quello di formazione cristiana, è sempre stato anzitutto un uomo che anche nella sua dimensione lavorativa ha saputo trasferire i valori della solidarietà, dell’attenzione ai bisogni altrui e dell’accoglienza.


Alla nostra economia, alla finanza, al nostro mercato, al sistema delle grandi imprese sembrano oggi mancare questa attenzione alle radici più vere e profonde del proprio agire. Sarebbe auspicabile, invece, porre nuovamente attenzione alle finalità sociali dell’agire economico.


In tal modo si costruirebbero le premesse per uno sviluppo realmente equo e solidale. Uno sviluppo che apra le porte e le possibilità a tutti, senza essere condizionato dagli umori e dalle oscillazioni del mercato.


Questo proprio perché siamo convinti che una economia realmente virtuosa è intimamente legata ad una sua dimensione morale.



Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI 


 


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