Gli impegni dimenticati di questa crisi

___________________________________di Dino Perrone

 
 
Liberalizzazioni, tassazione di favore per reinvestire gli utili di impresa, riforma del mercato del lavoro… Sull’altare del risanamento dei conti pubblici rischiano di venire sacrificate proprio quelle riforme di sistema necessarie al rilancio del Paese
 
 
Mentre la manovra correttiva dei conti pubblici è entrata nella sua fase decisiva, l’Italia scopre che ci sono molte importanti questioni che, nel perdurare della crisi economica, sono oramai colpevolmente sparite dall’agenda delle priorità. Come fossero ruzzolate giù dall’altalena quotidiana cui il Paese è sottoposto non solo a causa delle brusche oscillazioni borsistiche.
Qualche esempio.
Cominciamo dalle liberalizzazioni. Non se ne hanno più concrete notizie. Eppure, in un passato ancora recente, erano state spacciate da entrambi gli schieramenti come il fiore all’occhiello di un nuovo modo di concepire la politica ed il mercato. Di fatto, nel nostro Paese ci sono ancora interi settori sottratti ad ogni forma di legittima concorrenza e che quindi privano i consumatori del loro elementare diritto di scelta. Tutto dimenticato, tutto archiviato ?
Per carità, guai a pensare questo. Ancora adesso infatti si registra un generale accordo nel sostenere che vi è grande necessità di aprire il mercato interno a nuovi soggetti, di attrarre capitali oltre le nostre frontiere, di sciogliere lacci e lacciuoli che rendono asfittico, lento e periferico il nostro sistema produttivo.
Ma tra il dire tutto ciò ed il fare anche solo qualcosa di concreto in tale direzione sappiamo bene che vi è sempre un mare procelloso da attraversare. Meglio allora restare sul bagnasciuga, meglio non tuffarsi. Meglio continuare a godersi il sole, finchè dura…
E dunque di queste auspicate liberalizzazioni, dopo aver assistito ad una prima versione timida,  pasticciata e largamente incompleta, oggi non vi è praticamente più traccia.
Continuiamo con gli esempi.
Cosa è rimasto della tassazione di favore per le imprese che reinvestono gli utili?
Anche in questo caso, si registrano pochi e contraddittori interventi in materia. Il quadro d’insieme resta desolatamente vago. In particolare, anche nell’ultima versione della manovra correttiva, non risulta adeguatamente rafforzata l’idea di potenziare, proprio attraverso una illuminata defiscalizzazione, non solo l’occupazione ma anche la ricerca e l’innovazione. Ricerca ed innovazione che invece sono quanto mai necessarie e ‘strategiche’ perché le nostre aziende possano restare sul mercato e competere in condizioni migliori delle attuali.
Veniamo adesso alla riforma del mercato del lavoro.
Il succedersi vorticoso di annunci, ripensamenti, modifiche e smentite ha dato vita ad una partitura quanto mai sofferta che ha posto l’accento su normative che, nel comune sentire, sono state viste più come punitive che realmente innovative. E’ passato infatti soprattutto il messaggio su una presunta maggiore libertà di licenziare da parte delle imprese, piuttosto che quello sulle prospettive occupazionali legate ad una più diffusa contrattazione aziendale. Con la conseguenza di ingenerare una nuova drammatica spaccatura sul fronte sindacale che certo non favorisce quel clima di concordia e collaborazione che viene invece auspicato dalla più alta carica dello Stato.
Non a caso ho fatto cenno a riforme sistemiche legate al mercato, al fisco, al lavoro. A settori vitali per la tenuta del nostro Paese. Riforme di cui si avverte la necessità da troppi anni e che appunto da troppi anni vengono rinviate nel tempo.
Anche dinanzi ad una crisi internazionale che chiede con urgenza al nostro Paese di abbattere il debito pubblico e di raggiungere il pareggio di bilancio, siamo restati preda di logiche logore nelle quali la tattica ha inevitabilmente sempre il meglio sulla strategia.
Abbiamo assistito così alla consolidata prassi del rinvio, ad una sequela di compromessi, di deroghe, di ripensamenti ed espedienti. Uno spettacolo vecchio e spesso deprimente.
Sembra che una politica debole come non mai non sia più in grado di indirizzare il Paese ma si accontenti di guardare solo agli interessi, ed in qualche caso ai privilegi, del proprio elettorato di riferimento.
Una politica quindi ostaggio non solo dell’economia, come ho scritto la volta scorsa, ma anche delle mille categorie che sfuggono alle proprie responsabilità e chiedono che siano sempre gli altri a fare i necessari sacrifici.
Tante questioni cruciali, come ho detto, sembrano oramai sparite dall’agenda degli impegni di questo nostro Paese. Tanti nodi sociali, a cominciare da un più incisivo sostegno alle famiglie, restano sul tappeto, irrisolti.
Tuttavia la più dimenticata ed importante delle questioni, su tutte, resta quella legata ad un maggiore senso di responsabilità. Da parte non solo della politica, ma da parte di ognuno.
Cominciamo ad essere tutti più responsabili, mostrando di comprendere a fondo la gravità del momento che l’Italia sta attraversando ed imparando a comportarci di conseguenza.
Occorrono esempi sobri e severi, in ogni campo del nostro vivere civile. In tal modo persino la politica, ‘questa’ politica, ritroverà il suo profilo migliore. E l’Italia riprenderà a muoversi.
 

 

 


Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI 

 

 

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