Chi davvero paga dazio

Le tumultuose vicende che nelle ultime settimane del 2024 hanno riguardato il gruppo Stellantis, con i licenziamenti di un nutrito gruppo di lavoratori praticamente alla vigilia di Natale e le crescenti preoccupazioni di un “disimpegno” dall’Italia da parte dei vertici aziendali, toccano il nervo scoperto di un mondo dove i mercati sono dominati dalle multinazionali e dall’affanno del profitto come condizione di sopravvivenza dell’impresa.

Paradossalmente è proprio l’arroventarsi della crisi attuale, che vede nel settore automobilistico solo la punta di un iceberg profondissimo, a dimostrare come il capitale umano rimanga la risorsa più importante su cui fare affidamento per consentire la rinascita, non solo del nostro sistema produttivo, ma dell’intero Paese.

Su di esso le imprese debbono essere messe nella condizione di poter continuare ad investire con generosità e convinzione, ponendo al centro di ogni progetto di sviluppo ed innovazione quelle scelte di valore che troppo spesso, invece, vengono subordinate al mero profitto. Ciò è ancora più vero in questo periodo di profonda crisi sociale ed economica che rischia di mandare in frantumi non solo larga parte della rete produttiva italiana ma anche la stessa trama di solidarietà fra i cittadini.

Tutto ciò dimostra quanto siano profonde le lacerazioni che ancora attraversano la società e che rischiano di allontanare nel tempo l’approdo ad una soluzione largamente condivisa.

Oggi le imprese di grandi dimensioni sembrano non preoccuparsi più di mantenere un legame stretto con il territorio, come invece avveniva in passato quando, per fare proprio l’esempio di Stellantis, la Fiat aveva finito per identificarsi orgogliosamente con l’anima stessa di Torino, del Piemonte, dell’Italia intera.

Quella Fiat non c’è più. C’è appunto Stellantis e quel senso di appartenenza è andato in frantumi. Oggi a comandare è solo la finanza, la logica dei dividendi per gli azionisti e gli amministratori. Sta venendo meno l’anima “umana” dell’impresa, la sua funzione sociale come prevista dal dettato costituzionale e da sempre sottolineata dalla Pastorale del Lavoro della Chiesa italiana.

Ripartire allora dai valori, ripartire dall’uomo, ripartire appunto dal capitale umano è l’unica possibilità per ridisegnare un modo nuovo di fare impresa, economia e sviluppo. Costruendo così un futuro che sia più attento alle esigenze e prospettive di un Paese, il nostro, che ha drammaticamente bisogno di cambiare mantenendo tuttavia intatti, anzi possibilmente rafforzandoli, i valori di solidarietà e di rispetto che, come in passato, consentano di mettere in campo energia, grinta, passione e spirito d’iniziativa necessarie per garantire una nuova stagione di straordinario sviluppo economico e sociale.

Sono convinto che su questo terreno di comune impegno tutte le forze politiche e sociali, i corpi intermedi, le organizzazioni, debbano trovarsi sempre l’una al fianco dell’altra, pronte a ricordare a tutti gli attori del Paese quanto spirito di sacrificio e quanta dedizione siano necessarie, sia ai lavoratori che alle imprese, per radicare risultati di duraturo benessere.

In caso contrario, anche il 2025 rischia di diventare l’ennesimo anno delle attese troppo a lungo disattese.

Alfonso Scafuro
Presidente Nazionale ACAI