Il Ministero dell’Istruzione ha diffuso i dati sulle carenze scolastiche e comportamentali dei nostri studenti: un pianto. Ma questa valanga di brutti voti in condotta denunzia soprattutto i ritardi educativi e formativi delle nostre famiglie. E questo è davvero sconfortante.
Cari associati,
in un periodo in cui quasi tutti sono alle prese con una crisi economica sempre più invasiva e stordente, è passata quasi inosservata una notizia che a mio avviso dovrebbe invece preoccuparci come e forse anche più degli stessi affanni dell’economia.
Si tratta di questo. Il ministero dell’Istruzione ha diffuso le statistiche sugli scrutini del primo quadrimestre dalle quali risulta che nelle scuole superiori italiane il 72% degli studenti ha riportato almeno una insufficienza.
E questa volta non esistono due Italie, una felice e l’altra in affanno. No, in base a questo dato statistico il nostro Paese si rivela quanto mai uniforme, dal momento che le carenze scolastiche sono distribuite in maniera praticamente uniforme tra le diverse zone: 70,1% di studenti con almeno una insufficienza al Nord, 74% al Centro, 74% al Sud.
Questo dato, letto in profondità, ci fornisce un quadro ancora più allarmante. Infatti, al vertice delle discipline in cui i nostri studenti non brillano ci sono le lingue straniere che hanno superato la matematica. Inoltre, l’area formativa in cui si registrano più insufficienze (l’80%) è quella professionale. A seguire, in questa graduatoria non certo onorevole, gli istituti tecnici (78,1%), i licei artistici e gli istituti d’arte (77,2%), ed ancora gli ex istituti magistrali, i licei scientifici e quelli classici.
Tutti questi dati sono ampiamente peggiorativi di quelli registrati lo scorso anno.
Insomma, oltre a quella economica, nel nostro Paese vi è oggi una seria emergenza scolastica.
Una emergenza che ci descrive una popolazione studentesca che, nell’era di internet e della comunicazione globale, non riesce a padroneggiare le lingue straniere. E più in generale un sistema formativo che, dinanzi ad un mercato del lavoro che esige professionalità sempre più avvertite e preparate, proprio negli istituti professionali ha il suo tallone d’Achille.
Ma vi è un dato che inquieta più di tutti gli altri messi insieme. Esso riguarda la vera e propria pioggia di 5 in condotta che caratterizza il primo quadrimestre, con in testa gli studenti delle scuole meridionali, seguiti da quelli delle isole, del centro e del nord.
In tutto, sono stati oltre 34mila gli studenti italiani che hanno evidenziato carenze comportamentali. I più indisciplinati sono quelli degli istituti professionali e tecnici.
Tutto questo dovrebbe allarmarci, nessuno escluso. Sembra che le nostre istituzioni scolastiche fatichino non solo a ‘preparare’, ma anche a ‘formare’ cittadini che siano rispettosi delle regole.
Il triste fenomeno del bullismo sembra fortunatamente in regressione, anche se non mancano rigurgiti che invitano a non abbassare la guardia neppure di un millimetro.
Mi riferisco ad esempio al crudele episodio accaduto nel Vicentino, dove quattro minori hanno aggredito un loro compagno di terza media, di nazionalità indiana, legandolo ad un segnale stradale per filmare con un telefonino tutta la scena allo scopo di metterla su internet.
Ma accanto al bullismo vi è sempre una incultura della prevaricazione e della sopraffazione che, pur assumendo forme meno violente dell’episodio sopra citato, è tuttavia sempre presente sotto traccia. Una incultura che la scuola, ma prima ancora la famiglia, non paiono sempre adeguatamente attrezzate a sradicare. Su questo fronte occorre un richiamo a doti non solo professionali ma anche umane.
La Dottrina Sociale della Chiesa ci ricorda che, esercitando la sua missione educativa, la famiglia contribuisce al bene comune e soprattutto rappresenta la prima scuola di virtù sociali, di cui tutta la collettività ha bisogno.
Sempre la Chiesa ci rammenta però che i genitori sono i primi, ma non gli unici educatori dei loro figli. Accanto ad essi debbono porsi le istituzioni civili, a cominciare proprio da quelle scolastiche.
Del resto, l’impegno per l’educazione e la formazione della persona costituisce da sempre la prima sollecitudine dell’azione sociale dei cristiani.
E’ quindi arrivato il momento di una seria riflessione sul ruolo, la funzione e l’incisività dell’istruzione italiana che, superando le pastoie ideologiche, ponga mano ad un ripensamento che coinvolga tutte le forze culturali, sociali ed economiche del nostro Paese. A partire proprio dalla famiglia.
Altrimenti gli studenti non adeguatamente preparati di oggi diventeranno cittadini di cui, domani, tutti dovremo vergognarci per la loro rovinosa inadeguatezza.
Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI