L’Italia continua a crescere poco. Per rilanciare l’economia è più che mai urgente favorire una stagione di dialogo tra tutte le parti sociali che consenta alle nostre imprese di continuare a tenere acceso il motore dello sviluppo del Paese
Fra troppe tasse, burocrazia farraginosa, regole bizantine e scarsa certezza del diritto, l’Italia oggi risulta il Paese meno libero d’Europa dal punto di vista economico.
Lo sostiene uno studio sulla libertà d’impresa commissionato da Confindustria e presentato al forum biennale di Parma delle scorse settimane.
Una assise che ha visto, oltre a quella del presidente del Consiglio Berlusconi e di numerose personalità europee, la presenza di oltre cinquemila imprenditori.
In un volume che sfiora le trecento pagine, la ricerca fatta da Confindustria fotografa alla perfezione ed in maniera impietosa lo stato della nostra economia, sottolineando in particolare come, dopo aver conquistato un posto tra le prime dieci econome del mondo, l’Italia negli ultimi vent’anni abbia smesso di crescere, creando disagio sociale ed incertezza per il futuro.
In particolare il dato sul prodotto interno lordo pro capite italiano registra un ritardo di undici punti percentuali rispetto alla media dei Paesi dell’Euro, mentre il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto del 25% rispetto alla media dell’eurozona.
Una analisi lucida che mette a nudo le carenze sistemiche del nostro Paese.
Un Paese che ha bisogno di innovazione, formazione e conoscenza e che invece si colloca all’ultimo posto, in Europa, per qualità di norme ed efficienza del settore pubblico.
Un Paese che attende, ormai da oltre quindici anni, di uscire da una transizione che non accenna a finire, perchè non è solo politica ma anche culturale.
Uno stallo che impedisce all’Italia di sintonizzarsi, finalmente, su questioni totalmente nuove e concrete che riguardano gli scenari futuri.
Anche in questa occasione, un po’ tutti gli attori del sistema economico italiano hanno richiesto a gran voce una svolta, un significativo cambio di passo nel modo di affrontare e provare a risolvere le questioni legate al mondo produttivo del nostro Paese.
Fisco, mercato del lavoro, formazione, liberalizzazioni. Ma anche infrastrutture e lotta all’illegalità. Le richieste di riforma e di intervento rivolte al mondo politico dagli imprenditori sono le stesse degli anni scorsi, ma oggi assumono una connotazione di urgenza ancor più marcata nel contesto dell’attuale crisi dell’economia.
Una crisi che, come già evidenziato in passato, sta modificando le abitudini quotidiane degli italiani.
Fra gennaio e febbraio di quest’anno, i consumi sono ridiscesi di mezzo punto percentuale, azzerando in pratica i segnali di ripresa che si erano registrati negli ultimi mesi del 2009.
Le nostre famiglie, insomma, continuano a non spendere. E’ crollata, in particolare, la spesa alimentare e si è contratta quella per l’abbigliamento e le calzature. Lo evidenzia una ricerca della Confcommercio, segnalando come la difficoltà di arrivare con i conti in regola a fine mese stia diventando, per tante realtà familiari, un dato strutturale.
In questo quadro di diffuso disagio, che dalle imprese scende sino al vissuto quotidiano delle famiglie, occorre una forte assunzione di responsabilità da parte del mondo politico che deve impegnarsi ad affrontare e favorire, concretamente, la modernizzazione del Paese.
Serve una riforma di sistema che consenta lo sprigionarsi dell’energia vitale delle nostre imprese, a cominciare da quelle di piccole e medie dimensioni, che ancora consentono di tenere acceso il motore dell’Italia.
Serve una strategia di ascolto e di intervento che impedisca, ad esempio, che dall’Europa venga varato un nuovo regolamento capace di rendere ancora più difficoltoso l’accesso al credito.
Un tema, quest’ultimo, sul quale l’Acai continuerà a non far venir meno la necessaria attenzione.
Serve insomma mostrare con i fatti, e nell’immediato, di volere riconoscere alle imprese il loro ruolo strategico ed insostituibile.
Se tutto questo non avverrà, se cioè la politica continuerà a mostrarsi debole ed incerta dinanzi alle sfide che le vengono proposte, non solo le imprese e l’economia italiana continueranno a soffrire, ma si allargherà la forbice di diffidenza che già oggi separa i cittadini dalle istituzioni.
Ed il cinismo rischierà di diventare il segno distintivo ed inquietante del nostro spirito pubblico.
Lo sostiene uno studio sulla libertà d’impresa commissionato da Confindustria e presentato al forum biennale di Parma delle scorse settimane.
Una assise che ha visto, oltre a quella del presidente del Consiglio Berlusconi e di numerose personalità europee, la presenza di oltre cinquemila imprenditori.
In un volume che sfiora le trecento pagine, la ricerca fatta da Confindustria fotografa alla perfezione ed in maniera impietosa lo stato della nostra economia, sottolineando in particolare come, dopo aver conquistato un posto tra le prime dieci econome del mondo, l’Italia negli ultimi vent’anni abbia smesso di crescere, creando disagio sociale ed incertezza per il futuro.
In particolare il dato sul prodotto interno lordo pro capite italiano registra un ritardo di undici punti percentuali rispetto alla media dei Paesi dell’Euro, mentre il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto del 25% rispetto alla media dell’eurozona.
Una analisi lucida che mette a nudo le carenze sistemiche del nostro Paese.
Un Paese che ha bisogno di innovazione, formazione e conoscenza e che invece si colloca all’ultimo posto, in Europa, per qualità di norme ed efficienza del settore pubblico.
Un Paese che attende, ormai da oltre quindici anni, di uscire da una transizione che non accenna a finire, perchè non è solo politica ma anche culturale.
Uno stallo che impedisce all’Italia di sintonizzarsi, finalmente, su questioni totalmente nuove e concrete che riguardano gli scenari futuri.
Anche in questa occasione, un po’ tutti gli attori del sistema economico italiano hanno richiesto a gran voce una svolta, un significativo cambio di passo nel modo di affrontare e provare a risolvere le questioni legate al mondo produttivo del nostro Paese.
Fisco, mercato del lavoro, formazione, liberalizzazioni. Ma anche infrastrutture e lotta all’illegalità. Le richieste di riforma e di intervento rivolte al mondo politico dagli imprenditori sono le stesse degli anni scorsi, ma oggi assumono una connotazione di urgenza ancor più marcata nel contesto dell’attuale crisi dell’economia.
Una crisi che, come già evidenziato in passato, sta modificando le abitudini quotidiane degli italiani.
Fra gennaio e febbraio di quest’anno, i consumi sono ridiscesi di mezzo punto percentuale, azzerando in pratica i segnali di ripresa che si erano registrati negli ultimi mesi del 2009.
Le nostre famiglie, insomma, continuano a non spendere. E’ crollata, in particolare, la spesa alimentare e si è contratta quella per l’abbigliamento e le calzature. Lo evidenzia una ricerca della Confcommercio, segnalando come la difficoltà di arrivare con i conti in regola a fine mese stia diventando, per tante realtà familiari, un dato strutturale.
In questo quadro di diffuso disagio, che dalle imprese scende sino al vissuto quotidiano delle famiglie, occorre una forte assunzione di responsabilità da parte del mondo politico che deve impegnarsi ad affrontare e favorire, concretamente, la modernizzazione del Paese.
Serve una riforma di sistema che consenta lo sprigionarsi dell’energia vitale delle nostre imprese, a cominciare da quelle di piccole e medie dimensioni, che ancora consentono di tenere acceso il motore dell’Italia.
Serve una strategia di ascolto e di intervento che impedisca, ad esempio, che dall’Europa venga varato un nuovo regolamento capace di rendere ancora più difficoltoso l’accesso al credito.
Un tema, quest’ultimo, sul quale l’Acai continuerà a non far venir meno la necessaria attenzione.
Serve insomma mostrare con i fatti, e nell’immediato, di volere riconoscere alle imprese il loro ruolo strategico ed insostituibile.
Se tutto questo non avverrà, se cioè la politica continuerà a mostrarsi debole ed incerta dinanzi alle sfide che le vengono proposte, non solo le imprese e l’economia italiana continueranno a soffrire, ma si allargherà la forbice di diffidenza che già oggi separa i cittadini dalle istituzioni.
Ed il cinismo rischierà di diventare il segno distintivo ed inquietante del nostro spirito pubblico.
Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI