Il perdurare, anzi l’inasprirsi della gravissima crisi economica e sociale che investe da mesi il nostro Paese ha certificato, in modo drammatico, tutta l’inadeguatezza di troppa parte della classe politica italiana.
La soluzione adottata con la sapiente regia del Presidente della Repubblica, vale a dire il varo di un nuovo esecutivo guidato dal professor Mario Monti al posto di un governo dimessosi pur senza essere stato sfiduciato dalle Camere, ha avuto certamente il merito di supplire ad un immobilismo politico che rischiava di affondare l’Italia tra i gorghi delle Borse internazionali.
La procedura seguita è stata certamente ‘necessitata’ dall’obiettivo di far recuperare all’Italia una immediata credibilità sui mercati, ma essa ha di fatto spostato pesantemente l’ago della bilancia dal fronte politico a quello tecnico.
Ci sarà tempo per riflettere con calma su tutto questo e su quanto abbia pesato nell’occasione la pressione internazionale e fino a che punto essa sia stata legittima.
Ma oggi resta fondamentale l’obiettivo di salvare il sistema, convergendo finalmente su quelle riforme strutturali che ci vengono richieste, per meglio dire ci sono state oramai imposte dai nostri partners europei.
Questo infatti non è certamente il momento della divisione e del conflitto.
E’ invece il momento di mostrare unità e costruire una adeguata coesione nazionale intorno ad obiettivi il più possibile condivisi.
La politica, se pure per certi versi ‘commissariata’, è insomma chiamata a mostrare, nel complesso il suo profilo migliore, mettendo da parte il piccolo cabotaggio che conduce inevitabilmente a sacrificare sull’altare degli interessi di parte qualsiasi serio tentativo di riforma sistemica.
Superata, come ci auguriamo, la tempesta, ci sarà poi tempo per riflettere adeguatamente anche sul perchè, nel nostro Paese, le medicine più amare e le cure più dolorose finiscono per essere somministrate sempre dai ‘tecnici’ e non dai politici, evidentemente troppo preoccupati di scontentare il proprio elettorato di riferimento al punto da rassegnarsi, dinanzi all’emergenza, ad un ruolo di banali comprimari.
Ci sarà tempo, ripetiamo, per tutto questo ed anche per altro.
Non c’è invece tempo per rinviare ulteriormente un piano di governo del Paese che, accanto al necessario risanamento dei conti pubblici, preveda finalmente seri interventi che vadano in direzione della crescita e dello sviluppo.
Ed allora è forse il caso di sottolineare, sia pure per l’ennesima volta, che l’Italia può avere un futuro e recuperare credibilità sui mercati solo se le nostre imprese, a cominciare da quelle di piccole e medie dimensioni, saranno messe in grado di assolvere al meglio la loro funzione.
Non sarà infatti la finanza a salvare il nostro Paese. Né saranno le banche. E non sarà neppure l’inasprimento della leva fiscale e l’innalzamento dell’età pensionabile.
Saranno gli imprenditori.
Potranno essere solo gli imprenditori, a cominciare da quelli di estrazione artigiana, espressione di quegli italiani silenziosi e pazienti che lavorano sodo, pagano le tasse, investono e risparmiano e che in tutti questi anni, nonostante tutto, hanno evitato la bancarotta dell’Italia.
A tutti costoro il governo Monti deve rispetto e doverosa attenzione. Deve ascolto.
Se non lo farà, avrà già fallito il suo compito e nei prossimi mesi rischierà solo di appesantire ulteriormente il logoramento civile e politico che da troppo tempo attanaglia il Paese, esponendolo ad ulteriori attacchi speculativi.
Solo tutelando in maniera concreta la piccola e media impresa, attraverso iniziative legislative meditate e non estemporanee, si potrà far ripartire l’economia e stimolare la domanda interna.
Attendiamo allora segnali concreti, inequivocabili, perentori. Che vadano, da subito, nella direzione auspicata dalle piccole e medie imprese e dall’intero sistema produttivo italiano.
Unicamente dalla trincea del lavoro, infatti, può partire non solo la resistenza all’attuale crisi, ma anche la spinta per riconquistare tutto il terreno perduto soprattutto per l’incapacità dei partiti di selezionare, una volta al governo, una classe dirigente davvero all’altezza.
Il momento è difficile ed il Paese non può restare fermo. Immobile ma sull’orlo del precipizio.
Tutto questo, semplicemente, non possiamo permettercelo.
Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI