Di questo deve essere consapevole il nuovo presidente del Consiglio. E dalla consapevolezza debbono poi derivare comportamenti e provvedimenti conseguenti. Altrimenti il Paese è destinato a vivere altre stagioni di declino e sofferenza
E adesso ?
Cosa succede, adesso che abbiamo il Presidente del Consiglio pi๠giovane della nostra storia repubblicana ?
Cosa farà , per meglio dire cosa concretamente sarà in grado di fare Matteo Renzi per far ripartire questa Italia dove le troppe incrostazioni del potere hanno fatto perdere lucentezza al quadro dâinsieme ?
Il nuovo premier ha annunciato un cronoprogramma che non concede respiro. Dal fisco al lavoro, dai costi della politica allo snellimento della macchina burocratica, passando per la riforma della scuola e della giustizia. Renzi certo politicamente si gioca tutto, ma anche lâItalia, se evapora la promessa di cambiamento portata dal nuovo esecutivo, si gioca moltissimo.
Il Paese infatti non puಠaspettare ulteriormente.
La produzione industriale italiana, nel mese di dicembre, è calata di quasi un punto percentuale rispetto a novembre, scendendo così dello 0,7% nel raffronto con lo stesso periodo dellâanno precedente.
Un dato certificato nelle scorse settimane dellâIstat, a conferma della persistente difficoltà di imboccare la strada della ripresa per un Paese come il nostro nel quale, troppo spesso, alle tante parole spese non sono seguiti i fatti ma solo altre parole, sempre pi๠insopportabili ed inutili.
E proprio mentre cala la produzione si è costretti a registrare anche la riduzione dei prestiti alle imprese, diminuiti del 5,3% sempre nello stesso mese di dicembre.
Dovâè dunque la ripresa pi๠volte annunciata ? Dovâè lâattenzione del sistema bancario alle esigenze delle imprese pi๠volte garantita ?
Parole, appunto. Solo parole.
Ed intanto il Paese frana, pesantemente indebolito anche dal persistente raffreddamento della domanda interna, dimezzatasi nellâultimo decennio e certo non adeguatamente stimolata dai provvedimenti governativi succedutisi in questi mesi ed anni.
Il Paese frana, aggrappandosi disperatamente al fuscello di una ripresa tanto auspicata ma che, nella migliore delle ipotesi, avrà comunque anche al termine del 2014 una percentuale da prefisso telefonico.
Frana la nostra Italia anche perché non è facile trovare il mastice di una coesione che renda consapevoli, tutti quanti, circa la necessità di ripensare nel profondo il modello di sviluppo sociale, produttivo ed industriale alla luce della crisi economica in atto. Un modello che non veda il prevalere, come oggi accade, di un eccesso di burocrazia amministrativa che si rivela sempre pi๠insostenibile, in speciale modo per le piccole e medie imprese. Insostenibile e qualche volta addirittura ostile.
Gli schemi del passato stanno dimostrando, con tutta evidenza, di non reggere lâurto. Occorrono dunque chiari segnali di discontinuità culturale, prima ancora che politica.
In questo senso il nuovo premier ambisce a raccontarsi e rappresentarsi appunto come elemento di radicale discontinuità . Ma saranno solo i provvedimenti che in concreto varerà il suo governo a poterlo accreditare in questo ruolo. Non altro.
Câè bisogno infatti non di âeffetti specialiâ ma appunto di provvedimenti, auspicabilmente lungimiranti ed intrisi di buon senso.
Infatti è oramai chiaro a tutti che da questa lunga crisi si puಠuscire solo snellendo e semplificando la macchina burocratica ed i suoi elefantiaci apparati per creare nuove ed immediate opportunità di lavoro.
Ed è incoraggiante che, nel suo discorso programmatico al Senato, il nuovo premier abbia mostrato attenzione alle piccole imprese e denunciato il fatto che il nostro Paese sia arrugginito dalle catene della troppa burocrazia.
Del resto, gli esempi negativi non mancano di sicuro. Basti por mente alla vicenda del gruppo ceramico Del Conca venuta alla luce sui giornali nelle scorse settimane. Lâazienda romagnola ha acquistato un sito produttivo negli Stati Uniti e appena dieci mesi dopo lo ha messo in funzione. Lo stesso gruppo attende invece da dieci anni la variante al piano regolatore di Rimini per poter ampliare la propria sede italiana.
Dieci mesi allâestero, dieci anni in Italia. La misura di un ritardo che non è solo politico e burocratico ma anche culturale e sociale.
Questo spiega perché non si cresce abbastanza e perché si sia alle prese con un tasso di disoccupazione pressoché raddoppiato rispetto allâinizio della crisi.
La realtà è che lâItalia sta franando perché da tempo frana lâimpresa.
Il problema è che, mentre tutto frana, la politica ha finora stentato a far mettere radici profonde alle riforme necessarie ad ancorare il Paese, in tal modo denunziando tutta intera la propria inadeguatezza a reggere una pressione così schiacciante.
A Matteo Renzi ora tocca il compito di invertire la rotta, di dare la scossa, di uscire dal pantano. Dâobbligo, per il bene dellâItalia, formulare lâaugurio che il suo governo raggiunga gli obiettivi prefissati.
Altrimenti il nostro Paese sarà costretto a vivere altre stagioni di declino, sofferenza e disagio.