Sommersi dai bollettini quotidiani sulla situazione economica e sulle oscillazioni della Borsa, stiamo perdendo di vista una diversa emergenza che rischia, di questo passo, di diventare la principale. Quella riguardante l’educazione dei nostri figli.
Siamo un Paese sempre più impigliato nelle sue irrisolte contraddizioni.
Un Paese in egual maniera preoccupato e svagato, povero e ricco, banale e profondo. Un Paese come un dolce a più strati, nel quale il successivo smentisce il precedente.
Ad esempio, si dice che gli italiani non hanno più molta voglia, e soprattutto possibilità, di spendere. La crisi, insomma, sta modificando le abitudini e le possibilità quotidiane, mentre i nostri portafogli diventano sempre più leggeri.
Ma questa pur giusta ‘fotografia sociale’ viene poi smentita da scene come quelle viste nelle scorse settimane a Roma quando una folla di migliaia di persone ha paralizzato il nord della città, determinando ingorghi persino sul Grande raccordo anulare, solo per andare a comprare prodotti elettronici offerti in promozione in occasione dell’apertura di un nuovo centro commerciale.
Ciò dimostra come, anche in tempi di crisi, si è pronti a rinunciare a molto, ma non a tutto. Soprattutto non si vuole rinunciare a ciò che, pur oggettivamente superfluo rispetto a tanto altro, ci appare invece sempre più necessario alla nostra immagine. Per dirla meglio, all’immagine che vogliamo gli altri abbiano di noi.
Le statistiche, del resto, ci informano che le famiglie italiane, nel 2008 e nel 2009, hanno ridotto i loro consumi di oltre il 2%, tornando ai livelli del 1999, ma che nello stesso periodo hanno aumentato le spese per gli elettrodomestici e per i servizi di telefonia.
Esiste insomma un tipo di domanda, specie se stimolato come in questo caso da una offerta mirata, che non può essere mai completamente compressa.
E’ un bene, è un male ?
Diciamo che è un fatto con il quale siamo chiamati tutti a fare qualche conto.
Bisogna insomma cominciare seriamente a domandarsi se davvero sia la migliore possibile una società che, anche in tempi grami come questi, ci spinge a consumare sempre e comunque e nella quale, appunto, possono tranquillamente trovare sfogo e convivere atteggiamenti di povertà e ricchezza, di preoccupazione e disinteresse.
Il guaio è che questo nostro modo di vivere comunque oltre le righe, e le possibilità, sta cominciando ad intaccare anche il mondo dei più indifesi, vale a dire quello dei nostri bambini.
L’allarme è già stato lanciato da molti psicologi e neuropsichiatri, preoccupati del carico di aspettative che oggi grava sui nostri figli, specchio perfetto delle tensioni che vivono gli adulti.
‘Nelle società occidentali c’è una ricerca spasmodica del risultato, il culto della performance in ogni campo: intellettuale, fisico, sociale’, ha scritto ad esempio il neuropsichiatra Boris Cyrulnik, noto nella comunità scientifica internazionale per il rigore dei suoi studi sulle conseguenze psicologiche patite dai bambini traumatizzati nelle guerre.
Del resto, è fin troppo semplice notare come il tempo dell’infanzia, una volta dedicato in gran parte solo allo svago e al divertimento, sia ormai appesantito da tante incombenze quotidiane. La scuola, lo sport, la musica, il teatro e tante altre attività da praticare e coltivare. A tutto svantaggio del tempo libero.
In tal modo i bambini sperimentano molto prima del dovuto lo stress degli adulti, facendo precoci conti con le medesime frustrazioni.
I desideri e le aspettative dei genitori finiscono quindi con il rappresentare altrettante occasioni di disagio per i più piccoli le cui menti infantili sono molto sensibili alle critiche ed alle disapprovazioni.
E’ un problema che investe anzitutto le responsabilità dei genitori e la loro capacità di essere il primo e più giusto tramite fra il mondo interiore dei bambini e quello esterno.
Ma si comprende bene come si tratti anche di un problema che supera l’ambito familiare, per toccare più larghe e diffuse responsabilità sociali, dal momento che gli adulti sono vittime anch’essi di un contesto fin troppo ‘muscolare’ nel quale il possedere vale più dell’essere. Si spiegano anche così, per tornare ancora su quanto accaduto di recente a Roma, le folle in fila per acquistare l’ultimo gadget tecnologico.
Ma una educazione meno competitiva può trovare uno spazio adeguato solo in un tipo di società che sia, a sua volta, essa stessa meno ossessionata dalla competizione, dal risultato, dal successo. Una società, insomma, portata più all’ascolto ed alla riflessione. Alla sostanza più che all’immagine.
Una società capace di sottrarsi all’attualmente imperante logica della ‘condanna al successo’.
Tutto ciò mi induce a ritenere che la vera povertà che attraversa il nostro Paese non è quella che viene inesorabilmente descritta nelle aride cifre economiche, ma si trova nell’aridità degli animi. In questa diffusa incapacità di mettere al riparo i nostri figli dalle inutili frustrazioni di noi adulti. Con ciò compromettendo il loro ed il nostro futuro.
Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI