La complessità dei problemi del nostro Paese impone a tutti quanti di interrogarsi seriamente su quali politiche possano suscitare un maggiore sentimento di unità e consapevolezza capace di farci uscire dall’attuale immobilismo
Nelle ultime settimane, dinanzi alla necessità di compiere scelte strategiche in tema di risorse e sviluppo, si sono moltiplicati gli inviti a ricercare una maggiore coesione sociale.
Inviti a mio parere quanto mai opportuni, in presenza di logiche esasperatamente divisive che allontanano la soluzione dei problemi del nostro Paese.
In questo senso mi auguro vivamente che non cadano nel vuoto i ripetuti richiami del Quirinale alle forze politiche affinché queste ultime dimostrino un maturo senso dello Stato che, pur nel rispetto delle rispettive posizioni, conduca all’individuazione di scelte il più possibile condivise.
Del resto, il perdurare della crisi economica e del lavoro in tutta Europa impone l’adozione di misure che vadano oltre il contingente, superando inoltre una dimensione ‘domestica’ che ci condanna ad un sostanziale immobilismo.
Proprio per questo ritengo sia arrivato il momento di interrogarsi molto seriamente, un po’ tutti, su quali politiche possano effettivamente suscitare quella coesione sociale che tutti invocano e che oggi appare drammaticamente latitare.
Ebbene, credo che la coesione sociale possa essere rafforzata solo da interventi che vadano concretamente nella direzione di una maggiore giustizia sociale.
Non ci sono altre strade.
Dall’ingiustizia sociale, dalle mille forme di diseguaglianza che ancora attraversano l’Italia, dalla rarefazione delle possibilità per ognuno di accedere ad un benessere veramente consolidato e non effimero, non può infatti derivare nulla di costruttivo.
Fino a quando, cioè, esisteranno sacche di privilegi non più sostenibili e meno che mai tollerabili, difficilmente si respirerà nel Paese un clima diverso capace di condurre ad una stagione di maggiore unità. E di conseguenza qualsiasi provvedimento che sarà adottato susciterà sempre una quota di dissenso che potrà esprimersi nelle forme più diverse.
Coesione sociale e giustizia sociale vanno di pari passo. E’ questo il punto nodale.
Ma sinora le forze politiche non sembrano aver maturato questa pur necessaria consapevolezza, come dimostra la penosa, per non dire indecorosa, marcia indietro registratasi in tema di tagli alle indennità dei ministri e dei sottosegretari..
Ricordate ? In una delle tante versioni della manovra correttiva dei conti pubblici era stato esteso anche a questi ultimi il provvedimento che prevede, per i dipendenti pubblici, la decurtazione del 5 per cento delle retribuzioni eccedenti i 90mila euro e del 10 per cento per quelle oltre i 150mila euro.
Questo ‘incantesimo’, mi piace definirlo così, è durato tre mesi. Giusto il tempo di ‘scoprire’ che sotto il profilo giuridico ministri e sottosegretari sono privi di un contratto a tempo indeterminato e quindi non possono essere equiparati ai funzionari pubblici.
Fine della storia. E fine anche della decurtazione.
Sotto il profilo giuridico nulla da eccepire, per carità. Ma sotto altri profili, non dico etici ma almeno di opportunità visti i tempi di crisi, davvero lo stesso non c’è proprio nulla da eccepire ?
L’Italia di oggi, come ho scritto altre volte, ha un drammatico bisogno di segnali positivi e di buoni esempi. Questo è invece un segnale negativo ed un pessimo esempio.
Occorre allora ritrovare la bussola che indichi l’esatta direzione. A tutti quanti.
Non favoriscono la coesione sociale non solo vicende come quella sopra ricordata ma anche le forme di accentramento esasperato, di burocratizzazione inefficiente, di presenza ingiustificata ed eccessiva dello Stato e dei pubblici apparati nella vita dei cittadini.
In direzione di una maggiore giustizia sociale vanno invece tutti quegli interventi tesi al rispetto ed alla promozione effettiva del primato della persona e della famiglia, come pure quelli rivolti alla tutela dell’iniziativa privata e della sua funzione pubblica.
Il bene comune deve essere l’unico criterio da seguire, per chi ha davvero a cuore le sorti del nostro Paese.
Detta così, sembra una affermazione banale e scontata. Ma ad essere scontata e banale, perché ossessivamente ripetitiva, è invece la politica attuale. Distante, prima ancora che insufficiente.
Ripeto, la coesione sociale può derivare solo da una più diffusa giustizia sociale.
Non ci sono altre strade.
O meglio, tutte le altre strade che ci vengono proposte, una volta girato l’angolo, conducono desolatamente in un vicolo cieco.
Inviti a mio parere quanto mai opportuni, in presenza di logiche esasperatamente divisive che allontanano la soluzione dei problemi del nostro Paese.
In questo senso mi auguro vivamente che non cadano nel vuoto i ripetuti richiami del Quirinale alle forze politiche affinché queste ultime dimostrino un maturo senso dello Stato che, pur nel rispetto delle rispettive posizioni, conduca all’individuazione di scelte il più possibile condivise.
Del resto, il perdurare della crisi economica e del lavoro in tutta Europa impone l’adozione di misure che vadano oltre il contingente, superando inoltre una dimensione ‘domestica’ che ci condanna ad un sostanziale immobilismo.
Proprio per questo ritengo sia arrivato il momento di interrogarsi molto seriamente, un po’ tutti, su quali politiche possano effettivamente suscitare quella coesione sociale che tutti invocano e che oggi appare drammaticamente latitare.
Ebbene, credo che la coesione sociale possa essere rafforzata solo da interventi che vadano concretamente nella direzione di una maggiore giustizia sociale.
Non ci sono altre strade.
Dall’ingiustizia sociale, dalle mille forme di diseguaglianza che ancora attraversano l’Italia, dalla rarefazione delle possibilità per ognuno di accedere ad un benessere veramente consolidato e non effimero, non può infatti derivare nulla di costruttivo.
Fino a quando, cioè, esisteranno sacche di privilegi non più sostenibili e meno che mai tollerabili, difficilmente si respirerà nel Paese un clima diverso capace di condurre ad una stagione di maggiore unità. E di conseguenza qualsiasi provvedimento che sarà adottato susciterà sempre una quota di dissenso che potrà esprimersi nelle forme più diverse.
Coesione sociale e giustizia sociale vanno di pari passo. E’ questo il punto nodale.
Ma sinora le forze politiche non sembrano aver maturato questa pur necessaria consapevolezza, come dimostra la penosa, per non dire indecorosa, marcia indietro registratasi in tema di tagli alle indennità dei ministri e dei sottosegretari..
Ricordate ? In una delle tante versioni della manovra correttiva dei conti pubblici era stato esteso anche a questi ultimi il provvedimento che prevede, per i dipendenti pubblici, la decurtazione del 5 per cento delle retribuzioni eccedenti i 90mila euro e del 10 per cento per quelle oltre i 150mila euro.
Questo ‘incantesimo’, mi piace definirlo così, è durato tre mesi. Giusto il tempo di ‘scoprire’ che sotto il profilo giuridico ministri e sottosegretari sono privi di un contratto a tempo indeterminato e quindi non possono essere equiparati ai funzionari pubblici.
Fine della storia. E fine anche della decurtazione.
Sotto il profilo giuridico nulla da eccepire, per carità. Ma sotto altri profili, non dico etici ma almeno di opportunità visti i tempi di crisi, davvero lo stesso non c’è proprio nulla da eccepire ?
L’Italia di oggi, come ho scritto altre volte, ha un drammatico bisogno di segnali positivi e di buoni esempi. Questo è invece un segnale negativo ed un pessimo esempio.
Occorre allora ritrovare la bussola che indichi l’esatta direzione. A tutti quanti.
Non favoriscono la coesione sociale non solo vicende come quella sopra ricordata ma anche le forme di accentramento esasperato, di burocratizzazione inefficiente, di presenza ingiustificata ed eccessiva dello Stato e dei pubblici apparati nella vita dei cittadini.
In direzione di una maggiore giustizia sociale vanno invece tutti quegli interventi tesi al rispetto ed alla promozione effettiva del primato della persona e della famiglia, come pure quelli rivolti alla tutela dell’iniziativa privata e della sua funzione pubblica.
Il bene comune deve essere l’unico criterio da seguire, per chi ha davvero a cuore le sorti del nostro Paese.
Detta così, sembra una affermazione banale e scontata. Ma ad essere scontata e banale, perché ossessivamente ripetitiva, è invece la politica attuale. Distante, prima ancora che insufficiente.
Ripeto, la coesione sociale può derivare solo da una più diffusa giustizia sociale.
Non ci sono altre strade.
O meglio, tutte le altre strade che ci vengono proposte, una volta girato l’angolo, conducono desolatamente in un vicolo cieco.
Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI