La manovra economica è stata definitivamente approvata. Si apre ora una fase decisiva per il futuro del Paese. Per questo occorre essere consapevoli che servono serie misure di crescita e di sostegno al nostro sistema produttivo. Di cui, però, al momento non vi è traccia
Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, sono entrate in vigore le misure contenute nella manovra per complessivi 54 miliardi approvata in via definitiva dalla Camera a metà settembre, con il ricorso al voto di fiducia da parte del Governo, mentre davanti a Montecitorio si assisteva al lancio di fumogeni e bombe carta.
54 miliardi, quindi. Due terzi costituiti da nuove entrate ed un terzo da tagli alla spesa. Questo il conto definitivo presentato al Paese con un occhio, anzi con entrambi gli occhi rivolti all’Europa ed alle agenzie di rating.
Una manovra riscritta più volte in poche settimane, destinata ad incidere nel tessuto sociale del Paese e, come dicono gli esperti, a mutare significativamente nel tempo la vita quotidiana dei contribuenti.
Una manovra oggettivamente pesante e dolorosa, senza alcun dubbio.
Ma si tratta di una manovra anche efficace ? Su questo punto i dubbi non sono ancora svaniti. C’è il rischio, anzi, che il progressivo sfilacciarsi del quadro politico nazionale nei prossimi mesi contribuisca ad alimentare nuove preoccupazioni e, quindi, nuove fibrillazioni sui mercati. Proprio ciò di cui il Paese non avverte il bisogno.
Diciamolo chiaro. In questa manovra ci sono troppe tasse e pochi stimoli alla crescita. Uno sbilanciamento che, forse, nell’immediato ci rende meno lontani dall’Europa e dai suoi rigidi parametri per il pareggio di bilancio, ma che certo non ci avvicina a risolvere il problema tutto italiano di uno sviluppo troppo rallentato.
In questo senso hanno perfettamente ragione quanti sostengono che, con questa sofferta manovra, si è persa l’occasione di iniziare a cambiare seriamente il Paese affrontando in un colpo solo risanamento e crescita.
Oggi corriamo seriamente il rischio di non avere né l’uno né l’altra. Non il risanamento, affidato a troppe incerte ‘variabili’, quali ad esempio il recupero di un maggior gettito legato a più rigide misure di contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale. Non la crescita, dal momento che nella versione definitiva della manovra non sono rimaste che labili tracce di misure, invece, in precedenza solennemente annunziate.
Un esempio, su tutti. E’ saltata, per incompatibilità con le regole comunitarie sulla stesura dei bilanci pubblici, la norma che prevedeva la certificazione dei debiti maturati dalle pubbliche amministrazioni con la conseguente possibilità, per le imprese artigiane e le piccole e medie imprese, di cedere i loro crediti alle banche. Si trattava di un provvedimento che avrebbe consentito ai nostri imprenditori di ottenere dal sistema bancario l’intero importo dei crediti vantati nei confronti delle amministrazioni pubbliche, senza dover attendere per mesi il pagamento di quanto dovuto. Era un modo per dare ossigeno all’intero sistema, per ridare slancio a settori strategici della nostra economia, asfissiata anche da un eccesso di burocrazia.
E così oggi, tra i tanti soggetti sociali chiamati a ripianare i costi di questa crisi, ci sono in prima fila proprio le imprese, ed in particolare quelle artigiane, a cui viene presentato un conto salatissimo senza alcun corrispettivo in termini di risorse ed infrastrutture.
E’ solo un esempio, ripeto. Non ne servono molti altri per avvalorare la tesi di un quadro d’insieme contraddittorio, confuso, nel quale gli elementi di coesione hanno ceduto il passo alle pressioni divisive di tanti, troppi centri di interesse che alimentano ogni forma di rancore sociale.
E’ per questo che non perde di attualità, ma anzi si rafforza nella sua necessità, il nostro invito ad un sussulto etico, ad una chiara assunzione di responsabilità da parte di tutta la classe dirigente del Paese.
E’ un invito che l’Acai rinnova ancora una volta.
Nella speranza che quanti hanno davvero a cuore le sorti, non solo immediate ma anche future, dell’Italia escano allo scoperto. Diano il buon esempio. Abbiano il coraggio di usare un linguaggio di verità e coerenza. Difendano concretamente quella parte dinamica e vitale dell’Italia che consente a tutti noi di andare comunque avanti. Giorno per giorno, instancabilmente, nonostante tutto. Direi persino a dispetto di tutto.
Il nostro Paese ha bisogno di riscoprire i suoi fondamentali. Ha bisogno di crescere e di tornare a credere in se stesso.
Il tempo del facile disimpegno è finito. Per tutti.
54 miliardi, quindi. Due terzi costituiti da nuove entrate ed un terzo da tagli alla spesa. Questo il conto definitivo presentato al Paese con un occhio, anzi con entrambi gli occhi rivolti all’Europa ed alle agenzie di rating.
Una manovra riscritta più volte in poche settimane, destinata ad incidere nel tessuto sociale del Paese e, come dicono gli esperti, a mutare significativamente nel tempo la vita quotidiana dei contribuenti.
Una manovra oggettivamente pesante e dolorosa, senza alcun dubbio.
Ma si tratta di una manovra anche efficace ? Su questo punto i dubbi non sono ancora svaniti. C’è il rischio, anzi, che il progressivo sfilacciarsi del quadro politico nazionale nei prossimi mesi contribuisca ad alimentare nuove preoccupazioni e, quindi, nuove fibrillazioni sui mercati. Proprio ciò di cui il Paese non avverte il bisogno.
Diciamolo chiaro. In questa manovra ci sono troppe tasse e pochi stimoli alla crescita. Uno sbilanciamento che, forse, nell’immediato ci rende meno lontani dall’Europa e dai suoi rigidi parametri per il pareggio di bilancio, ma che certo non ci avvicina a risolvere il problema tutto italiano di uno sviluppo troppo rallentato.
In questo senso hanno perfettamente ragione quanti sostengono che, con questa sofferta manovra, si è persa l’occasione di iniziare a cambiare seriamente il Paese affrontando in un colpo solo risanamento e crescita.
Oggi corriamo seriamente il rischio di non avere né l’uno né l’altra. Non il risanamento, affidato a troppe incerte ‘variabili’, quali ad esempio il recupero di un maggior gettito legato a più rigide misure di contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale. Non la crescita, dal momento che nella versione definitiva della manovra non sono rimaste che labili tracce di misure, invece, in precedenza solennemente annunziate.
Un esempio, su tutti. E’ saltata, per incompatibilità con le regole comunitarie sulla stesura dei bilanci pubblici, la norma che prevedeva la certificazione dei debiti maturati dalle pubbliche amministrazioni con la conseguente possibilità, per le imprese artigiane e le piccole e medie imprese, di cedere i loro crediti alle banche. Si trattava di un provvedimento che avrebbe consentito ai nostri imprenditori di ottenere dal sistema bancario l’intero importo dei crediti vantati nei confronti delle amministrazioni pubbliche, senza dover attendere per mesi il pagamento di quanto dovuto. Era un modo per dare ossigeno all’intero sistema, per ridare slancio a settori strategici della nostra economia, asfissiata anche da un eccesso di burocrazia.
E così oggi, tra i tanti soggetti sociali chiamati a ripianare i costi di questa crisi, ci sono in prima fila proprio le imprese, ed in particolare quelle artigiane, a cui viene presentato un conto salatissimo senza alcun corrispettivo in termini di risorse ed infrastrutture.
E’ solo un esempio, ripeto. Non ne servono molti altri per avvalorare la tesi di un quadro d’insieme contraddittorio, confuso, nel quale gli elementi di coesione hanno ceduto il passo alle pressioni divisive di tanti, troppi centri di interesse che alimentano ogni forma di rancore sociale.
E’ per questo che non perde di attualità, ma anzi si rafforza nella sua necessità, il nostro invito ad un sussulto etico, ad una chiara assunzione di responsabilità da parte di tutta la classe dirigente del Paese.
E’ un invito che l’Acai rinnova ancora una volta.
Nella speranza che quanti hanno davvero a cuore le sorti, non solo immediate ma anche future, dell’Italia escano allo scoperto. Diano il buon esempio. Abbiano il coraggio di usare un linguaggio di verità e coerenza. Difendano concretamente quella parte dinamica e vitale dell’Italia che consente a tutti noi di andare comunque avanti. Giorno per giorno, instancabilmente, nonostante tutto. Direi persino a dispetto di tutto.
Il nostro Paese ha bisogno di riscoprire i suoi fondamentali. Ha bisogno di crescere e di tornare a credere in se stesso.
Il tempo del facile disimpegno è finito. Per tutti.
Dino Perrone
Presidente nazionale ACAI